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il venerdì

COM’ERA EBRAICO QUEL ‘500

di Silvia Luperini

Cos’hanno in comune Mantegna, Carpaccio, un paio di conigli e una scuola di danza? Li lega un filo sottile, a tratti enigmatico, poco esplorato dalla storia ufficiale, che la mostra Il Rinascimento parla ebraico – al Meis, Museo nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoà di Ferrara, dal 12 aprile al 15 settembre – ricostruisce attraverso documenti, dipinti, manoscritti miniati, oggetti di uso comune e arredi di sinagoghe. «Ancora più del Risorgimento, quell’epoca cruciale ha forgiato l’identità italiana» spiega Simonetta Della Seta, direttrice del museo, «ed è un peccato che finora non sia stato abbastanza sottolineato quel dialogo fecondo tra la cultura cristiana maggioritaria e quella ebraica di minoranza. Ricostruire quell’intreccio di sperimentazioni reciproche significa riconoscere il debito della cultura italiana verso l’ebraismo ed esplorare i presupposti ebraici della civiltà rinascimentale».

Da Michelangelo al Sassetta, la storia dell’arte del Rinascimento è disseminata di rimandi a una cultura presente sulla Penisola da ancor prima della nascita di Gesù. Ma vanno saputi cercare. Prendiamo la Nascita della Vergine dipinta ai primi del Cinquecento da Vittore Carpaccio. Sulla destra, la formula liturgica che anticipa la venuta del Messia è scritta in ebraico su una targa; al centro della fuga prospettica, due conigli. Spiega Giulio Busi, curatore dell’esposizione con Silvana Greco: «“Coniglio” in ebraico si dice shafan ma, sostituendo la lettera shin con tzadik, si trasforma in zafan, “nascosto”. Un messaggio in codice, per pochissimi iniziati, che cela un segreto da scoprire: la premonizione della venuta di Cristo». Il sovrapporsi di segni, rimandi e suggestioni testimonia l’interesse di Carpaccio per la tradizione giudaica e i testi della qabbalah che si stavano diffondendo in quegli anni di grande apertura verso il mondo. Un interesse che ritroviamo nella Sacra famiglia e famiglia del Battista di Andrea Mantegna, dove Giuseppe viene indicato con av – “padre” in ebraico – «per sottolineare le radici della cristianità», aggiunge Busi. Anche nella pala Elia e Eliseo del Sassetta, i due profeti cristianizzati indossano abiti da carmelitani ma i loro nomi sono scritti in ebraico. Racconta Busi, «mentre nel Trecento alcuni artisti ricorrevano a uno “pseudoebraico”, con uno spirito antisemita e caricaturale, molti pittori ed eruditi del Quattrocento usano la lingua correttamente, con l’intento umanistico e filologico di tornare alle fonti originarie del cristianesimo».

Proprio verso la fine del secolo, impaziente di conoscere i segreti della mistica ebraica, Pico della Mirandola affida a un ebreo convertito, Flavio Mitridate, poliglotta ed esperto di qabbalah, il compito di tradurre decine di manoscritti che aveva acquistato. Ma Flavio, pur essendo in grado di interpretare correttamente i testi, inventa libri e autori mai esistiti per forzare in senso cristiano il significato degli scritti cabbalistici. Pico li userà in parte per il suo Discorso sulla dignità dell’uomo, il primo manifesto filosofico dell’umanesimo, che mette al centro dell’universo l’essere umano e il suo rapporto più intimo e spirituale con Dio. 

Gli ebrei del Rinascimento italiano abitano a Roma, Venezia, Mantova, Ferrara, Firenze, Napoli, Palermo e in molte altre città. Attivi, intraprendenti,  alfabetizzati e colti, arricchiscono i Signori col proprio sapere e finanziando (non sempre volontariamente) chiese, palazzi, affreschi. «Tra alti e bassi, aperture e chiusure » chiarisce il presidente del Meis Dario Disegni «è anche grazie al capitale ebraico che nelle corti e nei Comuni è potuto nascere e prosperare un irripetibile laboratorio intellettuale». E grazie anche a intrecci inaspettati, ben illustrati dai documenti in mostra: in uno, Salomone «hebreo» e Giovanni di Pellegrino si sfidano con versi che vengono inseriti in una raccolta di poemi tra Dante, Petrarca e Cecco Angiolieri; in un altro, papa Clemente V ordina agli abitanti di Ferrara di giurargli fedeltà, i cristiani con la mano sul Vangelo e gli ebrei sul Pentateuco. Ma il più curioso è un contratto stipulato da un notaio d’eccezione, ser Pietro di Antonio da Vinci, padre di Leonardo, per l’istituzione di una scuola di ballo, musica e canto per maschi e femmine. È il 1467, e il cristiano Francesco di Domenico e l’ebreo Joseph di Moysè da Pesaro, si lanciano come imprenditori dividendo spese e guadagni. Un atto sorprendente che evidenzia la varietà di contatti e relazioni tra diversi gruppi sociali.

Suddivisa in cinque sezioni, Il Rinascimento parla ebraico fa scoprire dove vivevano, lavoravano e pregavano gli ebrei, mettendo in luce aspetti e mestieri inattesi, dalla macellaia rituale (neanche nel 2019, in Italia, se ne trova una!) all’«hebrea Virdimura», che chiede di praticare la scienza medica per gli indigenti. Casi eterogenei, frutto dell’emancipazione femminile, a dimostrazione di quanto gli usi rinascimentali stessero permeando la comunità ebraica. 

«In un certo senso, il fatto di non avere una collezione permanente è la nostra forza, perché ci permette di partire da una narrazione e di costruirla in modo coerente» continua Della Seta. «Per rappresentare la quotidianità dell’epoca, per esempio abbiamo realizzato ricostruzioni di case, botteghe, un banco dei pegni. Per la prima volta, in questo spazio che è stato un carcere durante il fascismo, abbiamo ricostruito una sinagoga del Rinascimento con un’Arca Santa (Aron ha-qodesh) di Modena del 1472, la più antica che si conosca». Accanto all’armadio che custodiva i rotoli della Torà si trova un pulpito in legno del Nord Italia, una coppia di rimmonim, puntali d’argento posti sulla sommità dei bastoni che si usano per girare i rotoli della Torà, e la più antica pergamena della Torà ancora in uso, che viene da Biella.

«L’espulsione degli ebrei da tutti i territori spagnoli in seguito all’editto del 1492 è una ferita pari solo alla distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.» spiega ancora Simonetta Della Seta. «Il Sud si svuota di una cultura presente da quasi 15 secoli. Ma gli ebrei scacciati, insieme a quelli espulsi da Portogallo e Spagna (i sefarditi) affluiscono in molte città, dove incontrano gli altri ebrei italiani e gli askenaziti giunti dal Centro Europa. Così molte comunità – Venezia e Ferrara su tutte – si arricchiscono e diventano più internazionali, con ricadute benefiche anche per l’universo con cui entrano in contatto».

«Mi piace di questi tempi» conclude Della Seta, «cogliere una similitudine tra quegli ebrei di ieri e chi sbarca oggi dai barconi. Con la nostra mostra, vorremmo raccontare come dall’abbraccio tra culture diverse possa a volte nascere un duro pregiudizio ma anche una grande vitalità e un arricchimento reciproco». 

Silvia Luperini

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