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pagine ebraiche 24

Al Salone del Restauro di Ferrara Meis protagonista, nel segno di Maimonide

Nel 1516 Ludovico Ariosto pubblica la prima versione dell’Orlando Furioso. Poco distante da lui, lo stesso anno (o secondo una diversa lettura tre anni prima, nel 1513), un banchiere ebreo di Mantova ma originario di Ferrara, Mosheh Ben Netan’el Norsa, fa un acquisto librario assai prezioso. Si tratta di un codice membranaceo datato 1349 riccamente miniato. Un profluvio di colori che riempie ogni pagina e smentisce qualunque cupo stereotipo sul buio Medioevo. Mosheh compra il volume da Baruk ben Yosef Kohen e aggiunge finalmente nella sua ricca biblioteca anche la preziosa copia manoscritta della “Guida dei perplessi”, la più celebre opera del medico e filosofo ebreo Maimonide. Cinquecento anni dopo, con un’operazione eccezionale che ne segnala tutta l’importanza, lo Stato italiano acquista l’antico testo di Maimonide dagli eredi della famiglia Norsa, ancora in possesso del prezioso manoscritto, e ne finanzia uno straordinario restauro. Destinato a prendere fissa dimora nell’Archivio di Stato di Mantova, il cosiddetto “Codice Maimonide” è ancora, fino al 22 settembre, tra i protagonisti della mostra “Il Rinascimento parla ebraico”, allestita dal Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis, con la cura di Giulio Busi e Silvana Greco, e un grande successo di pubblico e critica. Grazie a questa significativa storia, e alla sua esposizione al Meis, il Ministero per i Beni Culturali ha deciso di dedicare un momento del Salone del Restauro, dei Musei e delle Imprese Culturali di Ferrara al prezioso manoscritto, che domani viene presentato come case study del Salone, con il titolo “La Guida dei perplessi di Mosè Maimonide. Un restauro in equilibrio tra storia, estetica e conservazione”. L’incontro si svolgerà all’interno della sala del MiBAC (ore 14.45 -15.30), con interventi di Maria Letizia Sebastiani, direttore dell’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, che ha restaurato il Codice nel 2017, del presidente del Meis Dario Disegni, del direttore Simonetta della Seta e del curatore della mostra Giulio Busi. Intanto quelle pagine impregnate di colore e storia continuano a destare nei visitatori un misto di stupore e fascinazione nel percorso del museo. Un universo di carta e inchiostro sopravvissuto agli sgambetti del tempo. Ma come prende forma il Codice? Cosa sappiamo di lui e delle mani che hanno avuto la perizia di illustrarlo e il privilegio di sfogliarlo? È necessario fare un passo indietro e tornare nel mondo dei mercanti, copisti e bibliofili.

Scritta nel 1190 inizialmente in arabo, “La guida dei perplessi” (“Dalalat al-hairin”, il titolo originale) è una pietra miliare della filosofia ebraica medievale. Il suo impianto e il contenuto sono intrisi di concetti elaborati dal pensiero occidentale; una sorta di infinita partita di ping-pong tra gli enigmatici dettami biblici, le teorie aristoteliche e i principi di filosofia islamica.
Il cuore della riflessione di Mosè Maimonide, conosciuto anche con il suo acronimo ebraico “Rambam”, medico nato a Cordova poi egiziano d’adozione, risiede proprio nella perplessità, quella che investe l’uomo erudito in cerca di un equilibrio tra la fede religiosa e la concezione filosofica del mondo. Tema certamente caro all’ebraismo, che si fonde sulla dialettica. Concetto, in generale, di una modernità impressionante. Il testo viene tradotto in ebraico quando Maimonide è ancora in vita, e prende il titolo di “Moreh Nevuchim”, ultimato pochi giorni prima della sua morte. Una delle copie più fedeli all’originale in circolazione è proprio quella del codice acquistato quasi due secoli dopo dal mantovano Norsa.
Le pagine che si trova di fronte chi visita il Meis hanno un potere ipnotico; le lettere si susseguono ordinate tra le decorazioni dorate, rosse e blu rese intense dal recente restauro. Bellezza ed armonia diventano la casa di uno dei più importanti testi della storia ebraica e universale, catapultando lo spettatore in un’atmosfera atemporale dove la regina e il re sono la Conoscenza (il pensiero) e lo Spirito (inteso come arricchimento spirituale). Il manoscritto, se studiato ancor di più riesce a rivelarci alcuni dei suoi segreti: la scrittura semicorsiva è quella di area ashkenazita (ebraismo di ceppo germanico) e si deve ad un’unica mano appartenente ad un copista esperto, capace di dominare l’ornamentazione delle lettere e disporre il tutto secondo un preciso schema decorativo. Dobbiamo proprio a lui, Ya’aqov ben Rabbi Shemu’el, anche la data esatta nella quale collocare il codice, il 1349. “L’anno in cui – specifica nel testo – la luce si trasformò in tenebra, ho completato il libro intitolato Guida dei Perplessi”.
Di quale tenebra parla il nostro Ya’aqov? Molto probabilmente il riferimento è alla peste nera esplosa proprio l’anno precedente, che oltre alla morte e la devastazione portò alla persecuzione degli ebrei accusati in molti luoghi dell’Europa di essere i responsabili del contagio, costringendoli alla fuga e a una nuova dispersione. Rimane avvolta nel mistero invece l’identità del miniatore, la cui opera risalta in particolar modo anche grazie all’impiego della foglia d’oro che regala un’eccezionale luminosità alle illustrazioni.
Non sappiamo con esattezza nemmeno quando e in che modo il manoscritto sia giunto in Italia settentrionale anche se potrebbe essere stato portato in salvo da chi migrava dopo gli anni della peste in cerca di un nuovo sbocco lavorativo e una nuova boccata d’aria e di libertà. A darci un ulteriore indizio è la legatura che l’esperta Thérèse Metzger attribuisce all’area milanese, ma chi ci rivela una inequivocabile informazione in più è l’atto di vendita, quasi due secoli dopo, che rende Mosheh Norsa, mantovano di famiglia ferrarese, il nuovo proprietario. Lo stesso Mosheh riuscì inoltre ad avere il permesso di istituire una nuova sinagoga presso la sua dimora, un chiaro segnale della integrazione e progressiva acquisizione di un ruolo specifico nella società. E proprio la famiglia Norsa, così significativa nella storia dell’ebraismo rinascimentale italiano e ancora attiva nell’ebraismo italiano, custodirà il codice per oltre 500 anni. Quelle pagine, miracolosamente salve dopo 700 anni, ci parlano: raccontano le perplessità di un libero pensatore in bilico tra fede e filosofia, narrano di nuvoloni neri e vite interrotte prematuramente, di persecuzioni e fughe per la libertà, ma tra i colori brillanti custodiscono un filo ininterrotto, un viaggio ancora aperto, una storia che si alimenta del suo presente e vive tra le parole d’inchiostro e fuori di esse.

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