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Nuove Direzioni

Tre secoli di arte ebraica e cristiana

di Marisa Saccomandi

È fondamentale visitare questo museo a Ferrara per chi vuole addentrarsi nella millenaria cultura ebraica. La mostra proposta, a cura di Giulio Busi e Silvana Greco, riguarda il periodo rinascimentale, dove il tema del debito culturale italiano verso l’ebraismo è il focus dell’evento. Prima di addentrarci in questo itinerario va precisato che l’edificio che ospita il Museo, dal 1912 al 1992, fu un carcere. Dopo la costruzione di una nuova Casa circondariale si decise di  ristrutturarlo totalmente per adibirlo a Museo dell’Ebraismo, inaugurato nel dicembre del 2017 e diventato centro d’iniziative che comprendono attività didattiche, culturali, mostre, convegni… Il progetto architettonico, non ancora ultimato, prevede la realizzazione di altri spazi per 2.733 m2. Al primo piano dell’edificio è allestito un percorso permanente dal titolo “Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni”. Sono visibili oggetti preziosi, inserti multimediali, ricostruzioni architettoniche, suoni, musiche, filmati… Parlare di ebraismo come connotazione religiosa, o di altre religioni, non è facile; viene richiesto studio e tolleranza, qualità poco praticate da sempre. La convivenza fra persone considerate culturalmente “diverse” è sempre complicata e ancora oggi è motivo di persecuzione. Tutte teorizzano la pace ma le religioni sono state e sono il pretesto di guerre continue.

Per comprendere le regole di una comunità così attiva a Ferrara, sono stati presi in considerazione anche gli aspetti ludici. Antistante il museo è stato creato Il Giardino delle Domande, dove crescono piante utilizzate per la havdalah, la preghiera che si recita al termine dello Shabbat (festa del riposo, celebrata ogni sabato). La cultura ebraica sull’alimentazione, kasherut, ha rigide regole sul consumo di carne, pesce, uova… e qui si trovano risposte alle tante domande, in una specie di labirinto dove odori e sapori s’intrecciano. 

Entrando, si visita la mostra al piano inferiore, anche qui una specie di labirinto fatto di suoni, immagini, dipinti, documenti, testi sacri… Il Rinascimento, con le sue luci e ombre, è stato certamente uno dei periodi più rivoluzionari della storia italiana. Le Signorie, il Papato, facevano a gara per dare un volto nuovo alle città attraverso il lavoro di artisti che tutto il mondo ci invidierà. Fra il 1400 e il 1500 Ferrara, Mantova, Venezia, Firenze, Roma… furono i centri dove i cambiamenti culturali e artistici si rivelarono in tutta la loro bellezza. A Roma, che ospitava comunità ebraiche da secoli, la convivenza fu sempre precaria, fatta di convenienza e ostilità.

Il Pontefice Giulio III fece bruciare il Talmud (testo sacro dell’ebraismo) e tutti i libri in ebraico… empi e blasfemi in odio a Cristo… mentre Papa Clemente V obbligherà gli abitanti di Ferrara (cattolici ed ebrei) a un giuramento di fedeltà. In mostra anche il decreto del Duca Ercole I d’Este che costringe gli ebrei a portare nell’abbigliamento un segno distintivo giallo (13-17 marzo 1498) unitamente a una berretta gialla, mentre le donne venivano escluse da questa imposizione. 

Gli ebrei erano il popolo della diaspora, sparsi in tutto il mondo, con una peculiarità unica, coltivare l’alfabetizzazione. Leggere, copiare, studiare, ripetere e mettere in pratica la Torah, il testo sacro, è il filo che lega oltre due millenni di storia ebraica. Insegnare a leggere e scrivere ai propri figli, educarli alle regole e ai precetti, è uno dei compiti fondamentali di ogni genitore. L’acculturamento li porterà a essere intraprendenti e adattabili, impegnati in quasi tutte le professioni. Sultani e pontefici si affideranno alle loro cure mediche. Una fra le spiegazioni della propensione degli ebrei verso gli affari sembra derivi dal fatto che la Chiesa, agli albori, vietava ai cristiani contatti col denaro… sterco del demonio…di qui il farsi carico degli ebrei della gestione del denaro e la conseguente nomea di “usurai”. Molti altri furono gli epiteti usati quando era conveniente ai cristiani portare via ogni loro avere e farli sentire fortunati se salvavano la vita. Si ripeteva che gli ebrei erano quelli che avevano crocifisso Gesù e si insinuava che facessero riti satanici uccidendo bambini. A questo proposito, in mostra è visibile un gruppo ligneo dal titolo Supposto martirio di Simonino, bottega di Daniel Mauch (?). Nel 1475, a Trento, 15 ebrei vennero trucidati dopo essere stati accusati di avere ucciso un bimbo cristiano, Simon Unferdorben (Simonino), nella sinagoga. La tragedia, costruita dalle gerarchie ecclesiastiche, utilizzando la tortura per le confessioni, venne strumentalizzata attivando il culto di Simonino martire, soppresso solo nel 1965. I Gonzaga a Mantova apprezzarono e sfruttarono le comunità ebraiche. Mantegna eseguì dipinti splendidi finanziati dal banchiere ebreo Daniele Norsa, al quale vennero estorti 110 ducati d’oro e requisita la casa (l’incredibile storia è raccontata in un video). Anche a Venezia la comunità ebraica era folta e intraprendente. 

Vittore Carpaccio nella sua opera in mostra La natività della Vergine per la scuola degli Albanesi a Venezia, inserisce uno scritto con caratteri ebraici… Santo, santo in eccelso. Benedetto colui che viene nel nome del Signore… una formula della liturgia cristiana composta dall’unione di due versetti biblici. Sempre a Venezia fu istituito il primo ghetto nel 1516, nel sestiere di Cannaregio, utile per segregare e controllare le comunità ebraiche. Un altro fra i pezzi eccezionali della mostra è l’aron ha qodesh, di Modena, un armadio sacro finemente intagliato del 1472, considerato il più antico ancora esistente, conservato a Parigi nel Museo d’arte e storia del Giudaismo. La sinagoga, bet ha-kneset (casa di riunione), è il fulcro della vita comunitaria ebraica, dove si leggono brani della Torah, scritti in rotoli, copiati a mano, e conservati in un armadio sacro, posto sulla parete rivolta verso Gerusalemme. In mostra è esposto anche il bimah (pulpito), su cui viene appoggiata la Torah.

Sempre riferito al periodo rinascimentale molti furono i personaggi importanti, costretti a fuggire dalla Spagna e dal Portogallo, definiti conversos, perché costretti ad abiurare la propria religione per sopravvivere. Uno fu Leone Ebreo (Yehudah Abrabanel), famoso per avere sostenuto nei suoi Dialoghi d’amore un legame fra la cultura ebraica e quella cristiana, poi una donna, Grazia Nasi (Beatriz de Luna), anch’essa forzatamente costretta a convertirsi e fuggire dal Portogallo per rifugiarsi in Italia. La sua intraprendenza e la notevole ricchezza (gestiva affari internazionali) la porteranno a essere una figura di primo piano soprattutto a Ferrara, dove fece tradurre la Bibbia ebraica in spagnolo (in mostra). La sua fu una vita dalla trama romanzesca. Tanti anche i convertiti che volontariamente, per sopravvivere, abbandonarono la fede degli avi. Qualche fortunato come Jacob Mantino, per la sua fama di dotto medico ebreo, fu esonerato dal portare la berretta gialla, obbligatoria a Venezia per chi abitava nel ghetto, ma quella nera da dottore… anche se aveva l’obbligo di risiedere nel ghetto. Uno spazio importante della mostra è dedicata alla qabbalah, una dottrina esoterica che aveva affascinato in modo particolare il grande studioso Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494). A lui si deve la scoperta del misticismo ebraico e una delle più importanti e misteriose chiavi d’accesso alla sapienza antica. Le sue Novecento tesi sull’argomento (Conclusiones) furono bruciate dall’Inquisizione. In tanta desolante fatica di vivere, uno sprazzo di convivenza appare in un documento redatto dal notaio Ser Pietro di Antonio da Vinci (il padre biologico di Leonardo), che nel 1467 autorizza la fondazione di una scuola dove s’insegnava danza, canto, musica per maschi e femmine a Firenze. Tutto questo a nome di Giuseppe da Pesaro (Joseph Moysi ebreo) e Francesco di Domenico da Venezia (cristiano). Poco importa che la società sia durata solo un anno, l’idea che si potessero creare momenti di aggregazione comuni fu di per sé una vittoria. Questa mostra e tutto il complesso del Meis portano inevitabilmente a meditare, porsi degli interrogativi, cercare di dare risposte… se razionalmente esistono. Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha inaugurato il Museo e ha riconosciuto “lo straordinario valore del percorso espositivo” assegnando una medaglia commemorativa.

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